ADHD sintomi adulto: riconoscere l’adhd nella vita adulta

ADHD sintomi adulto: spesso non sono evidenti come nell’infanzia, ma possono influenzare profondamente organizzazione, emozioni, relazioni e qualità della vita senza che la persona ne sia consapevole.

Adhd sintomi adulti come riconoscerli

Indice dei contenuti

1. Introduzione: l’ADHD non si esaurisce con l’infanzia

Per lungo tempo, il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è stato considerato esclusivamente un disturbo dell’età evolutiva, associato principalmente a comportamenti iperattivi, impulsivi e di disattenzione nei bambini. Le immagini più comuni e stereotipate del disturbo lo ritraggono nei contesti scolastici, dove bambini apparentemente “agitati”, disorganizzati e incapaci di mantenere l’attenzione vengono osservati dagli insegnanti o segnalati dai genitori. Tuttavia, le evidenze accumulate dalla ricerca scientifica negli ultimi vent’anni hanno completamente rivoluzionato questa visione, dimostrando in modo inequivocabile che l’ADHD non scompare con l’adolescenza, ma può persistere anche in età adulta, seppur con caratteristiche spesso diverse rispetto a quelle osservate durante l’infanzia.

Le stime epidemiologiche più accreditate indicano che circa il 2,5-4% della popolazione adulta presenta una sintomatologia riconducibile all’ADHD. Tuttavia, il numero di adulti che ricevono una diagnosi formale è di gran lunga inferiore rispetto alla prevalenza stimata. Questo scarto si spiega con la natura spesso più sottile, meno eclatante e quindi più difficile da individuare del disturbo in età adulta. Con la crescita, infatti, l’iperattività fisica tende a trasformarsi in un senso interno di irrequietezza, una tensione mentale costante che può manifestarsi attraverso difficoltà a rilassarsi, bisogno continuo di stimolazione, cambiamenti frequenti di attività o abitudini. Allo stesso modo, la disattenzione non si traduce più semplicemente in difficoltà scolastiche, ma assume forme più complesse e pervasive, come la fatica cronica nel rispettare le scadenze, la disorganizzazione nella gestione delle attività quotidiane, la procrastinazione ricorrente e le difficoltà nel mantenere costanti relazioni personali o professionali.

L’impulsività, infine, si può presentare in età adulta sotto forma di decisioni affrettate, difficoltà nella regolazione emotiva, tendenza a interrompere le conversazioni o a passare rapidamente da un progetto all’altro senza completarne nessuno. In molti casi, queste manifestazioni vengono erroneamente attribuite a tratti caratteriali, a un generico “stress”, o a problematiche relazionali, ritardando ulteriormente la possibilità di una valutazione specialistica e di un eventuale trattamento.

Riconoscere la presenza dell’ADHD in età adulta è quindi un passaggio cruciale, non solo per comprendere meglio alcune difficoltà che la persona può aver sperimentato per tutta la vita – spesso attribuendole a colpe personali o a un’insufficiente forza di volontà – ma anche per offrire strumenti adeguati di comprensione e intervento. L’accesso a una diagnosi accurata e a trattamenti specifici, come la psicoterapia cognitivo-comportamentale e, in alcuni casi, la farmacoterapia, può migliorare significativamente la qualità della vita, l’autoefficacia e il benessere psicologico della persona.

Infine, è fondamentale sottolineare che l’ADHD non è una condizione che definisce interamente la persona, ma piuttosto una modalità neuropsicologica specifica che influenza il modo in cui si percepisce, si organizza e interagisce con il mondo. Una maggiore consapevolezza culturale e clinica del disturbo in età adulta rappresenta un passo essenziale verso una società più inclusiva, capace di offrire supporto mirato e non giudicante a chi, fino a oggi, è rimasto invisibile.

2. Manifestazioni dell’ADHD e sintomi nell’adulto: come si manifesta il disturbo in età adulta

Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) nell’età adulta rappresenta una condizione clinica complessa e ancora spesso sottovalutata, proprio a causa della variabilità e della sfumatura con cui i sintomi si manifestano. Mentre nell’infanzia l’ADHD è frequentemente associato a comportamenti facilmente osservabili, come l’irrequietezza motoria o la disattenzione scolastica, in età adulta il quadro sintomatologico tende ad assumere forme più interiorizzate, meno appariscenti, ma non per questo meno disfunzionali.

L’ADHD negli adulti si configura come una sindrome multifattoriale che coinvolge dimensioni cognitive, comportamentali, emotive e relazionali. La triade sintomatologica classica di disattenzione, iperattività e impulsività permane, ma si riorganizza in modalità compatibili con le esigenze e le pressioni della vita adulta. I sintomi, infatti, si intrecciano con le sfide della quotidianità: gestire una carriera, mantenere relazioni stabili, affrontare responsabilità genitoriali e rispettare scadenze burocratiche o lavorative. È proprio in questi contesti che le difficoltà emergono in modo più evidente, minando il funzionamento personale, sociale e professionale.

2.1 Disattenzione cronica: il peso invisibile dell’inconcludenza

Uno dei tratti più caratteristici dell’ADHD in età adulta è la persistente difficoltà a mantenere l’attenzione su attività percepite come noiose, ripetitive o prive di una gratificazione immediata. A differenza dei bambini, che possono manifestare disattenzione interrompendo l’insegnante o abbandonando un compito, gli adulti spesso sperimentano una distrazione più silenziosa ma costante, che si traduce in:

  • Procrastinazione cronica, soprattutto rispetto a compiti complessi o a lungo termine, come scrivere un progetto, organizzare una vacanza o pianificare spese familiari;
  • Errori per distrazione, anche in attività che richiederebbero un’alta soglia di attenzione, come la compilazione di documenti fiscali o l’invio di e-mail importanti sul lavoro;
  • Difficoltà nella gestione di attività ordinarie, come il pagamento puntuale delle bollette, il rinnovo di documenti o la pianificazione di visite mediche;
  • Disorganizzazione generale, con una scarsa capacità di stabilire priorità, di seguire un’agenda coerente o di portare avanti più progetti in modo coordinato;
  • Senso di confusione mentale costante, descritto da molti pazienti come “avere troppe cose in testa” e la sensazione frustrante di non riuscire mai a concludere ciò che si inizia.

Questa forma di disattenzione, spesso scambiata per svogliatezza, scarsa responsabilità o disinteresse, contribuisce significativamente alla perdita di autostima e alla frustrazione personale, alimentando circoli viziosi di autosvalutazione e senso di fallimento.

2.2 Iperattività mascherata: la mente che non si ferma mai

Nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, il sintomo dell’iperattività tende a cambiare forma. Se nel bambino si osserva un comportamento motorio esuberante – come correre, alzarsi continuamente dal banco o muovere mani e piedi – nell’adulto l’iperattività si manifesta prevalentemente come iperattività interna, ovvero una tensione psicomotoria difficile da spegnere.

Questo può includere:

  • Sensazione soggettiva di irrequietezza mentale, descritta come un pensiero che corre continuamente, senza mai trovare una pausa o un punto di ancoraggio;
  • Tensione muscolare e difficoltà a rilassarsi, anche in situazioni che dovrebbero favorire il riposo, come il fine settimana o le vacanze;
  • Cambi frequenti di interessi, attività o impieghi, legati alla difficoltà di mantenere la concentrazione su obiettivi a lungo termine o di tollerare la noia;
  • Comunicazione eccessiva, con la tendenza a parlare molto e velocemente, spesso interrompendo l’interlocutore, cambiando argomento o monopolizzando la conversazione;
  • Bisogno costante di stimoli, che può portare alla ricerca compulsiva di nuove esperienze, progetti o relazioni, senza tuttavia riuscire a mantenere una continuità.

Questa forma di iperattività è spesso invisibile agli occhi degli altri, ma vissuta dalla persona come una forma di “frenesia interiore” che compromette la serenità e la qualità della vita.

2.3 Impulsività relazionale e decisionale: il pensiero che non frena

L’impulsività, altro pilastro della sintomatologia ADHD nell’adulto, si manifesta con una scarsa capacità di inibire risposte comportamentali, verbali o decisionali. Mentre nei bambini l’impulsività può emergere con scatti d’ira o comportamenti pericolosi, nell’adulto assume forme più sottili ma altrettanto disfunzionali:

  • Scarsa regolazione verbale, con tendenza a interrompere gli altri, completare le frasi altrui, parlare senza riflettere o dire cose di cui ci si pente subito dopo;
  • Decisioni affrettate, spesso prese sull’onda dell’emozione, come cambi improvvisi di lavoro, acquisti impulsivi o iniziative personali non ponderate;
  • Fatica a tollerare frustrazioni, attese o ostacoli, con reazioni sproporzionate rispetto alla situazione (es. rabbia per un semaforo rosso o per un piccolo contrattempo);
  • Emotività reattiva, con esplosioni di rabbia, tristezza o entusiasmo che non trovano una regolazione stabile e coerente.

Tali comportamenti impulsivi possono avere ricadute serie sulla qualità delle relazioni personali, sulla carriera lavorativa e sulla gestione economica, portando spesso a sentimenti di colpa, incomprensione e isolamento.

Questa complessa combinazione di disattenzione cronica, iperattività interna e impulsività comportamentale definisce il profilo clinico dell’ADHD e dei sintomi in età adulta, offrendo una cornice utile per riconoscere il disturbo al di là degli stereotipi infantili. Comprendere a fondo queste manifestazioni è il primo passo per aiutare le persone a riscoprire sé stesse, trovare strategie di adattamento efficaci e, se necessario, intraprendere un percorso terapeutico strutturato.

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3. ADHD e sintomi nell’adulto: l’impatto profondo sull’autostima, le relazioni e il funzionamento quotidiano

Nel panorama dei disturbi neuropsicologici dell’età adulta, l’ADHD e i suoi sintomi rappresentano una sfida complessa non solo per la diagnosi clinica, ma anche per le ripercussioni che possono avere sulla vita emotiva e identitaria dell’individuo. Tra gli effetti più trasversali e profondi del disturbo, spicca il danno all’autostima: una conseguenza silenziosa, ma devastante, che si costruisce nel tempo e spesso accompagna la persona per decenni.

3.1 L’autostima ferita: una storia di fallimenti e incomprensioni

Molti adulti con ADHD non diagnosticato riferiscono una lunga storia di esperienze negative, cominciata già durante gli anni scolastici. Compiti dimenticati, voti insufficienti, richiami per distrazione, relazioni conflittuali con gli insegnanti o compagni: sono eventi che, se ripetuti nel tempo e non compresi alla luce di una difficoltà oggettiva, vengono interiorizzati come fallimenti personali. La persona inizia così a costruire una narrazione di sé fondata sull’incapacità, la svogliatezza o la mancanza di impegno.

Con il passaggio all’età adulta, questa percezione negativa viene rinforzata da nuove difficoltà: perdita di opportunità lavorative, difficoltà nel mantenere un impiego, problemi nella gestione del tempo o nel portare a termine progetti. Anche le relazioni sociali e affettive ne risentono, generando ulteriori frustrazioni. Di fronte a questi insuccessi, molti adulti con ADHD e sintomi persistenti si colpevolizzano, attribuendo a sé stessi la responsabilità esclusiva dei propri fallimenti. Questo stile di pensiero alimenta una spirale auto-svalutante, nella quale l’identità personale viene progressivamente costruita su convinzioni disfunzionali come: “Non sono capace”, “Non riesco mai a concludere niente”, “Sono sbagliato”, “Deludo sempre chi mi sta vicino”.

3.2 Dallo stigma all’auto-colpevolizzazione: un circolo vizioso

L’impatto dell’ADHD in età adulta sull’autostima non nasce solo da esperienze di fallimento, ma è anche alimentato dal pregiudizio culturale e sociale. In assenza di una diagnosi, molti comportamenti tipici del disturbo – come la disorganizzazione, l’impulsività o la difficoltà nel rispettare scadenze – vengono interpretati dall’ambiente come tratti caratteriali negativi: pigrizia, mancanza di volontà, immaturità. Questi giudizi, ripetuti e interiorizzati nel tempo, portano la persona a dubitare del proprio valore, sentendosi “diversa” o “inadeguata” rispetto agli altri.

La diagnosi tardiva di ADHD, se da un lato può rappresentare un sollievo perché finalmente offre una spiegazione, dall’altro arriva spesso dopo anni di sofferenza invisibile, durante i quali l’autostima si è già fortemente deteriorata. Il riconoscimento del disturbo diventa allora anche una sfida psicologica: è necessario ristrutturare la propria immagine di sé, separando le reali capacità dalle difficoltà legate alla neurodivergenza, e ricostruire un’identità più funzionale e coerente.

3.3 Le conseguenze relazionali: incomprensione e instabilità

I sintomi dell’ADHD in età adulta si riflettono anche nelle relazioni interpersonali, che spesso diventano fonti di tensione e delusione. La difficoltà a mantenere l’attenzione, l’impulsività verbale, la tendenza a dimenticare appuntamenti o impegni condivisi, possono generare conflitti con partner, amici, colleghi o superiori. Questi episodi, quando non sono compresi nel contesto di un disturbo neuropsicologico, vengono interpretati come segni di disinteresse, mancanza di rispetto o irresponsabilità.

Molti adulti con ADHD riferiscono di avere relazioni instabili o difficili da mantenere nel tempo. Le incomprensioni frequenti, la sensazione di essere giudicati in modo sproporzionato o di dover continuamente giustificare i propri comportamenti, contribuiscono ad accrescere il senso di inadeguatezza e la sfiducia nelle proprie capacità relazionali. Tutto ciò si traduce in un isolamento progressivo, nella paura del giudizio e in una difficoltà a creare legami profondi e duraturi.

3.4 La quotidianità come ostacolo: il peso della disorganizzazione

Anche sul piano pratico, l’ADHD e i sintomi in età adulta hanno un impatto significativo. La difficoltà a organizzare il tempo, a gestire gli oggetti personali, a rispettare le scadenze o a concludere i compiti genera un costante senso di fallimento. Ogni dimenticanza, ogni progetto lasciato a metà, ogni bolletta scaduta rafforza la convinzione di “non essere capaci di vivere come gli altri”.

Questo caos organizzativo può portare a gravi conseguenze: perdita di opportunità lavorative, sanzioni amministrative, trascuratezza nella cura della salute o delle relazioni, accumulo di stress. Nonostante molti adulti con ADHD abbiano capacità cognitive nella norma o addirittura superiori alla media, il disturbo compromette la loro capacità di tradurre il potenziale in risultati concreti, alimentando ulteriore frustrazione.

L’ADHD e i suoi sintomi nell’ adulto non si limitano a influenzare il comportamento o le prestazioni cognitive: agiscono in profondità, intaccando il senso di valore personale e la qualità della vita emotiva e relazionale. Comprendere questo impatto è essenziale per sviluppare un approccio terapeutico non solo centrato sulla riduzione dei sintomi, ma anche sulla ricostruzione dell’autostima, sulla rielaborazione delle esperienze di fallimento e sull’acquisizione di nuove strategie di autoregolazione.

Solo attraverso una diagnosi accurata, una valida psicoeducazione e un intervento psicoterapico mirato – come la terapia cognitivo-comportamentale – è possibile interrompere il circolo vizioso dell’auto-svalutazione e favorire una ripresa del benessere personale, relazionale e funzionale

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4. Criteri diagnostici secondo il DSM-5-TR

La diagnosi dell’ADHD in età adulta ha rappresentato a lungo una sfida per la comunità clinica, sia per la varietà delle manifestazioni sintomatologiche che per la tendenza del disturbo a mimetizzarsi dietro tratti caratteriali o altri quadri psicopatologici. Il DSM-5-TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – Text Revision) ha apportato importanti chiarimenti e aggiornamenti volti a facilitare l’identificazione dell’ADHD e dei suoi sintomi in età adulta, ampliando i criteri diagnostici e rendendoli più aderenti alla realtà clinica dei pazienti adulti.

4.1 Requisiti fondamentali per la diagnosi di ADHD in età adulta

Secondo il DSM-5-TR, la diagnosi di ADHD nell’adulto si fonda su una serie di criteri che vanno osservati e documentati con attenzione. In particolare:

  • È richiesta la presenza di almeno 5 sintomi appartenenti alla dimensione della disattenzione e/o della iperattività-impulsività. Questa soglia è inferiore a quella prevista per i bambini (che devono manifestare almeno 6 sintomi), riconoscendo così la tendenza dei sintomi a modificarsi con l’età e a presentarsi in modo più sottile in età adulta.
  • I sintomi devono avere esordio prima dei 12 anni. È importante sottolineare che, nel caso degli adulti, i ricordi soggettivi possono essere vaghi o assenti, e spesso non esistono documentazioni scolastiche o familiari formali. Per questo motivo, i clinici possono avvalersi di strumenti anamnestici retrospettivi e interviste con familiari o partner.
  • I sintomi devono manifestarsi in almeno due contesti di vita differenti, come ad esempio l’ambiente lavorativo, quello familiare, sociale o scolastico. Questo criterio è fondamentale per distinguere il disturbo da eventuali problematiche situazionali o circoscritte.
  • L’insieme dei sintomi deve comportare un impairment clinicamente significativo, ovvero un impatto rilevante sul funzionamento globale della persona. Questo può includere difficoltà nel mantenere un impiego, instabilità relazionale, basso rendimento scolastico o universitario, problemi nella gestione del denaro, o un senso costante di fallimento personale.

4.2 Le presentazioni cliniche dell’ADHD secondo il DSM-5-TR

Il DSM-5-TR distingue tre principali presentazioni cliniche dell’ADHD, valide anche per la popolazione adulta. Si tratta di configurazioni sintomatiche che possono variare nel tempo e che aiutano il clinico a definire meglio il profilo della persona:

  1. Presentazione combinata (Combined Presentation): è la forma più classica e completa del disturbo, in cui coesistono sintomi significativi di disattenzione e iperattività/impulsività. Gli adulti con questa presentazione possono sperimentare alti livelli di disorganizzazione, instabilità emotiva, impulsività comportamentale e difficoltà a sostenere l’attenzione in modo prolungato.
  2. Presentazione con predominanza di disattenzione (Predominantly Inattentive Presentation): in questa forma, prevalgono i sintomi legati alla disattenzione, come dimenticanze frequenti, procrastinazione, difficoltà a seguire conversazioni o a rispettare scadenze. È una delle presentazioni più comuni in età adulta, anche perché l’iperattività manifesta tende spesso a ridursi o trasformarsi con il tempo.
  3. Presentazione con predominanza di iperattività/impulsività (Predominantly Hyperactive/Impulsive Presentation): meno frequente tra gli adulti, questa forma si caratterizza per un’elevata tensione interna, agitazione, impulsività decisionale e verbale, con tendenza ad agire senza riflettere e a manifestare difficoltà nella regolazione emotiva.

È importante sottolineare che la presentazione clinica dell’ADHD può cambiare nel corso della vita. Un bambino con sintomi marcati di iperattività motoria può, con il passare degli anni, manifestare prevalentemente disattenzione e impulsività interna. Questa evoluzione dinamica del quadro sintomatologico rende ancora più cruciale l’utilizzo di strumenti diagnostici sensibili e di un’attenta valutazione clinica longitudinale.

4.3 ADHD e diagnosi differenziale: evitare sovrapposizioni e falsi positivi

Nel processo diagnostico dell’ADHD e dei sintomi in età adulta, il DSM-5-TR invita anche a considerare con attenzione la diagnosi differenziale. I sintomi dell’ADHD, infatti, possono essere mimati o sovrapposti a quelli di altri disturbi, come:

  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Disturbo depressivo maggiore
  • Disturbo bipolare
  • Disturbo borderline di personalità
  • Disturbi legati all’uso di sostanze

Solo un’accurata valutazione anamnestica, eventualmente supportata da test neuropsicologici e da interviste cliniche strutturate (es. DIVA 2.0), può permettere una diagnosi attendibile ed evitare errori che potrebbero compromettere l’intervento terapeutico.

La definizione dei criteri diagnostici per l’ADHD in età adulta secondo il DSM-5-TR rappresenta un passo importante verso il riconoscimento e la comprensione di una condizione troppo spesso trascurata o mal interpretata. Includere questa cornice nosografica nella valutazione clinica permette non solo di identificare con maggiore precisione i soggetti che necessitano di trattamento, ma anche di distinguere l’ADHD da altre condizioni psichiche, migliorando l’accuratezza e l’efficacia degli interventi terapeutici.

5. Correlati neuropsicologici e neuroscientifici

L’ADHD con i suoi sintomi nell’adulto non può più essere considerato un semplice disturbo comportamentale o caratteriale: le evidenze scientifiche più recenti confermano in modo chiaro la presenza di alterazioni neurobiologiche e neurofunzionali alla base della sua espressione clinica. Comprendere i correlati neuropsicologici e neuroscientifici dell’ADHD è fondamentale non solo per rafforzare la validità del disturbo in ambito diagnostico, ma anche per orientare gli interventi terapeutici in modo più mirato e personalizzato.

5.1 Le basi neuroanatomiche dell’ADHD

Numerosi studi di neuroimaging (RM funzionale, PET, SPECT) hanno dimostrato che l’ADHD e i suoi sintomi in età adulta sono associati a una disfunzione dei circuiti fronto-striatali, un insieme di connessioni cerebrali che mettono in comunicazione la corteccia prefrontale con i gangli della base. Queste aree sono implicate in funzioni cognitive superiori, note come funzioni esecutive, che comprendono:

  • L’organizzazione e la pianificazione delle attività
  • Il controllo inibitorio (capacità di trattenere risposte impulsive)
  • La flessibilità cognitiva
  • La gestione dell’attenzione e della memoria di lavoro

Alterazioni strutturali e funzionali in questi circuiti contribuiscono in modo sostanziale ai sintomi osservati nell’adulto con ADHD, come la difficoltà nel gestire compiti complessi, la tendenza all’impulsività e l’incapacità di mantenere l’attenzione su compiti prolungati o monotoni.

In particolare, risonanze magnetiche strutturali hanno documentato una riduzione del volume di alcune aree chiave del cervello nei soggetti con ADHD adulto, tra cui:

  • La corteccia prefrontale dorsolaterale, fondamentale per la pianificazione, il problem solving e il mantenimento dell’attenzione
  • L’amigdala, implicata nella regolazione delle emozioni e nella reattività agli stimoli emotivi
  • Il corpo calloso, che consente l’integrazione delle informazioni tra i due emisferi cerebrali

Queste alterazioni anatomiche sono considerate responsabili della difficoltà nella regolazione delle emozioni, della vulnerabilità allo stress e della tendenza a comportamenti disorganizzati e impulsivi – tratti tipici del profilo clinico dell’ADHD nell’adulto.

5.2 ADHD e sintomi adulto – Neurotrasmettitori e regolazione neurochimica

Dal punto di vista neurochimico, l’ADHD è fortemente associato a una disfunzione dei sistemi dopaminergico e noradrenergico, i quali svolgono un ruolo chiave nella modulazione dell’attenzione, della motivazione e dell’autoregolazione.

  • La dopamina, in particolare, è fondamentale per il meccanismo di ricompensa, la motivazione e l’inibizione comportamentale. Una sua carenza o un’alterata distribuzione sinaptica è correlata alla tendenza alla discontinuità attentiva, alla ricerca compulsiva di stimoli e alla difficoltà nel mantenere un’attività fino al completamento.
  • La noradrenalina, invece, contribuisce alla regolazione dell’attivazione cerebrale e al controllo dell’impulsività. Squilibri in questo sistema sono legati a difficoltà di concentrazione, disorganizzazione e bassa tolleranza alla frustrazione.

Queste alterazioni neurochimiche spiegano anche la risposta positiva di molti pazienti ai farmaci stimolanti (come il metilfenidato o le anfetamine), che agiscono proprio sul sistema dopaminergico e noradrenergico, migliorando l’attenzione, la capacità di pianificazione e la stabilità emotiva.

5.3 Adhd e sintomi nell’adulto – Profili cognitivi nei test neuropsicologici

La valutazione dei correlati cognitivi dell’ADHD in età adulta avviene spesso attraverso test neuropsicologici standardizzati, che permettono di identificare le aree di maggiore compromissione.

Tra le funzioni più frequentemente deficitarie si osservano:

  • Inibizione della risposta: test come il Go/No-Go o lo Stroop Test evidenziano difficoltà a trattenere risposte automatiche o inadeguate, riflettendo l’impulsività tipica del disturbo.
  • Memoria di lavoro: compiti come il Digit Span Backward o i test di span visuo-spaziali mostrano la difficoltà a mantenere e manipolare le informazioni a breve termine, compromettendo l’efficienza nella risoluzione di problemi complessi.
  • Attenzione sostenuta e selettiva: il Continuous Performance Test (CPT) è uno strumento utile per misurare la capacità di mantenere l’attenzione nel tempo e di distinguere gli stimoli rilevanti da quelli irrilevanti. I soggetti con ADHD tendono a presentare frequenti omissioni (disattenzione) e commissioni (impulsività).
  • Flessibilità cognitiva: i test di task switching o il Wisconsin Card Sorting Test mettono in evidenza la difficoltà nel modificare strategie cognitive quando cambiano le regole del compito, evidenziando rigidità mentale e disorganizzazione.

Questi deficit non sono presenti in tutti i pazienti con ADHD, ma rappresentano pattern ricorrenti che, se inseriti nel contesto di una valutazione anamnestica approfondita, aiutano a corroborare la diagnosi di ADHD e a comprendere la gravità e l’impatto funzionale dei sintomi in età adulta.

L’approfondimento dei correlati neuropsicologici e neuroscientifici dell’ADHD e dei sintomi in età adulta ha permesso di superare molte visioni riduttive del disturbo, confermandone la natura neurobiologica e l’impatto diffuso su funzioni cognitive ed emotive fondamentali. Questa prospettiva scientificamente fondata consente di validare l’esperienza soggettiva dei pazienti adulti, di ridurre lo stigma associato alla diagnosi e di favorire interventi terapeutici mirati e personalizzati.

6. ADHD in età adulta e diagnosi differenziale

Diagnosticare correttamente l’ADHD in età adulta richiede un’elevata competenza clinica, poiché i sintomi del disturbo possono sovrapporsi a quelli di altre condizioni psichiche e neurologiche, oppure coesistere con esse. I quadri di disattenzione, impulsività, irrequietezza interna e difficoltà organizzative non sono esclusivi dell’ADHD: rappresentano elementi comuni a diverse psicopatologie, così come a condizioni legate allo stress, all’esaurimento psico-fisico o a problematiche relazionali. È per questo motivo che la diagnosi differenziale riveste un ruolo cruciale nella pratica clinica, soprattutto quando si tratta di riconoscere l’ADHD e i suoi sintomi in età adulta, evitando diagnosi errate o riduttive.

6.1 Diagnosi differenziale con il Disturbo depressivo maggiore

Il disturbo depressivo maggiore è tra le condizioni più comunemente confuse con l’ADHD. In entrambi i casi, l’individuo può manifestare:

  • Difficoltà di concentrazione e attenzione
  • Perdita di motivazione e interesse per le attività
  • Ridotta capacità di pianificare e portare a termine i compiti

Tuttavia, mentre nell’ADHD questi sintomi sono cronici, presenti fin dall’infanzia o adolescenza e fluttuano in base al contesto e al carico attentivo, nella depressione tendono a emergere in modo episodico, spesso in concomitanza con umore depresso, rallentamento psicomotorio, senso di colpa o ideazione suicidaria. In altri casi, un disturbo depressivo può essere secondario all’ADHD non riconosciuto, sviluppatosi come conseguenza di anni di insuccessi, frustrazione e senso di inadeguatezza.

6.2 Diagnosi differenziale con i Disturbi d’ansia

I disturbi d’ansia condividono con l’ADHD diversi sintomi, tra cui:

  • Iperattivazione fisiologica
  • Insonnia o sonno non ristoratore
  • Difficoltà attentive e affaticabilità mentale

Nell’ADHD, però, i problemi di attenzione derivano da una difficoltà di regolazione neurocognitiva, mentre nei disturbi d’ansia derivano da un’eccessiva preoccupazione o da uno stato di allerta persistente. Inoltre, l’ansia tende a generare una iperfocalizzazione su pensieri negativi, mentre nell’ADHD è più tipico un rapido spostamento dell’attenzione da uno stimolo all’altro. Anche la gestione del tempo e la disorganizzazione sono caratteristiche più marcate nel profilo ADHD.

6.3 Diagnosi differenziale con il Disturbo borderline di personalità

Il disturbo borderline di personalità (DBP) è uno dei più delicati nella diagnosi differenziale con l’ADHD, a causa della sovrapposizione di sintomi quali:

  • Impulsività
  • Instabilità emotiva
  • Difficoltà nelle relazioni interpersonali

Tuttavia, le origini e la struttura del disturbo sono profondamente diverse. Nel DBP, l’instabilità è spesso legata a temi di abbandono, traumi relazionali e conflitti identitari, con una marcata disregolazione affettiva e comportamenti autolesivi o manipolatori. Nell’ADHD, l’impulsività è di natura neurocognitiva, più automatica e meno mediata da dinamiche affettive profonde. Inoltre, nel borderline l’instabilità relazionale è centrale, mentre nell’ADHD può essere un effetto collaterale delle disfunzioni organizzative e comunicative.

6.4 Disturbi cognitivi lievi e ADHD negli anziani

Nei soggetti più anziani, i sintomi dell’ADHD possono essere confusi con i disturbi cognitivi lievi (Mild Cognitive Impairment), poiché entrambi possono includere:

  • Disattenzione
  • Difficoltà nella memoria a breve termine
  • Affaticamento mentale
  • Dimenticanze frequenti

La distinzione è fondamentale: nell’ADHD questi sintomi sono costanti nel tempo e spesso precedono l’età adulta, mentre nei disturbi cognitivi lievi si tratta di un peggioramento progressivo e recente, con declino in ambiti che in precedenza erano preservati. La diagnosi differenziale in questi casi richiede test neuropsicologici specifici e, se necessario, imaging cerebrale.

6.5 Diagnosi differenziale con Burnout, stress cronico e sovraccarico psico-fisico

Anche condizioni non strettamente psichiatriche come il burnout lavorativo, l’affaticamento da stress cronico o il sovraccarico genitoriale possono mimare i sintomi dell’ADHD. In particolare:

  • Difficoltà di concentrazione
  • Sensazione di inefficienza e di “mente confusa”
  • Bassa tolleranza alla frustrazione
  • Instabilità emotiva

Questi quadri vanno interpretati con cautela: se da una parte lo stress può potenziare o riattivare sintomi ADHD preesistenti, dall’altra può generare sintomi transitori ADHD-like anche in soggetti senza predisposizione. Una valutazione retrospettiva della storia di vita e l’osservazione dell’andamento sintomatologico nel tempo sono fondamentali per discriminare.

6.6 L’importanza di una valutazione clinica multidimensionale

Per evitare errori diagnostici, è essenziale adottare un approccio rigoroso e integrato. Una valutazione clinica accurata dell’ADHD e dei sintomi in età adulta dovrebbe includere:

  • Interviste cliniche strutturate, come il DIVA 2.0 (Diagnostic Interview for ADHD in Adults), uno strumento validato che consente di valutare la presenza di sintomi ADHD attuali e passati in relazione ai criteri DSM.
  • Questionari autosomministrati, come l’ASRS (Adult ADHD Self-Report Scale), utile per un primo screening, anche se non sufficiente per una diagnosi.
  • Test neuropsicologici, in grado di rilevare deficit nelle funzioni esecutive, attenzione sostenuta, memoria di lavoro e inibizione della risposta.
  • Raccolta anamnestica approfondita, che consideri non solo la storia personale e scolastica del paziente, ma anche il punto di vista di familiari, partner o colleghi, quando possibile.
  • Esclusione di altre patologie o condizioni mediche che potrebbero giustificare la sintomatologia (es. disturbi del sonno, patologie endocrine, uso di sostanze).

La diagnosi differenziale dell’ADHD nell’adulto è un processo complesso che richiede tempo, competenze cliniche specifiche e strumenti validati. Solo attraverso un’analisi approfondita e multidimensionale è possibile distinguere l’ADHD e i suoi sintomi in età adulta da condizioni che lo mimano o lo mascherano. Una diagnosi corretta non solo permette di offrire al paziente un trattamento efficace, ma contribuisce anche a evitare errori iatrogeni, terapie inefficaci e ulteriore sofferenza psicologica.

7. ADHD e sintomi nell’adulto: trattamento integrato e strategie terapeutiche

Il trattamento dell’ADHD in età adulta si fonda su un approccio multimodale, che tenga conto della complessità del quadro clinico, delle caratteristiche individuali della persona e delle eventuali comorbidità presenti. A differenza dell’infanzia, dove l’intervento può essere orientato in modo più diretto al contenimento comportamentale, in età adulta è necessario affrontare anche aspetti legati all’autostima, al funzionamento quotidiano, alle relazioni e alla regolazione emotiva. Le opzioni terapeutiche per i sintomi dell’ADHD in età adulta includono sia trattamenti farmacologici che psicoterapeutici, oltre a percorsi psicoeducativi e strumenti di supporto pratico.

7.1 Intervento farmacologico: il ruolo dei farmaci nella regolazione neurochimica

I farmaci rappresentano una delle principali opzioni terapeutiche nel trattamento dell’ADHD in età adulta, specialmente nei casi in cui i sintomi compromettono in modo significativo la qualità della vita lavorativa, relazionale o personale. I farmaci più utilizzati appartengono a due categorie:

– Farmaci stimolanti:

Tra i più prescritti troviamo:

  • Metilfenidato (Ritalin, Medikinet, Concerta)
  • Lisdexamfetamina (Elvanse)

Questi farmaci agiscono aumentando la disponibilità di dopamina e noradrenalina a livello delle sinapsi cerebrali, migliorando la capacità di concentrazione, il controllo degli impulsi e la motivazione. Gli stimolanti sono considerati la prima linea di trattamento e presentano un’elevata efficacia in termini di riduzione dei sintomi, con miglioramenti osservabili già dopo pochi giorni di assunzione. Tuttavia, richiedono un’attenta valutazione clinica, in quanto possono provocare effetti collaterali come insonnia, riduzione dell’appetito, irritabilità o, in rari casi, aumento dell’ansia.

– Farmaci non stimolanti

Quando sono presenti comorbidità psichiatriche (ad esempio ansia, disturbi del sonno, ipertensione, rischio di abuso di sostanze) o controindicazioni all’uso di stimolanti, si preferisce l’uso di farmaci non stimolanti, come:

  • Atomoxetina (Strattera)
  • Guanfacina
  • Clonidina

Questi farmaci hanno un meccanismo d’azione diverso, con effetto graduale e meno rischio di abuso. Sono spesso ben tollerati e più adatti per quei pazienti che necessitano di una regolazione più dolce e continuativa dei sintomi dell’ADHD in età adulta.

7.2 Psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT): intervento mirato sulle funzioni esecutive

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è attualmente considerata l’intervento psicologico di elezione per il trattamento dell’ADHD negli adulti. Non si tratta di una semplice terapia “parlata” e/o di supporto generico, ma di un percorso strutturato, basato su protocolli specifici per il disturbo. L’obiettivo principale è fornire strumenti pratici e cognitivi per gestire le difficoltà quotidiane.

Gli obiettivi centrali della CBT per l’ADHD adulto includono:

  • Incrementare la consapevolezza del disturbo, aiutando il paziente a distinguere tra aspetti di personalità e sintomi neurobiologici.
  • Sviluppare strategie di time management, come l’uso efficace di agende, allarmi e sistemi di suddivisione dei compiti in passaggi gestibili.
  • Migliorare la pianificazione e l’organizzazione, con esercizi pratici per la gestione delle priorità, delle scadenze e del lavoro su progetti a lungo termine.
  • Intervenire su pensieri disfunzionali, tipici dei soggetti con autostima compromessa (es. “non ce la farò mai”, “sono incapace”).
  • Lavorare sulla regolazione emotiva, insegnando tecniche di riconoscimento, accettazione e modulazione delle emozioni intense o impulsive.

Numerosi studi dimostrano che la combinazione di farmacoterapia e CBT produce risultati superiori rispetto a ciascun trattamento da solo, in particolare per il miglioramento del funzionamento globale e per la prevenzione delle ricadute.

7.3 Psicoeducazione e supporto: comprendere l’ADHD per cambiare prospettiva

La psicoeducazione è una componente imprescindibile nel trattamento dell’ADHD in età adulta. Informare in modo chiaro e scientificamente fondato la persona – e quando possibile anche il partner o la famiglia – è il primo passo per ridurre lo stigma, il senso di colpa e la colpevolizzazione del passato.

Tra i principali benefici della psicoeducazione:

  • Riconoscere l’ADHD come una condizione neuropsicologica, e non come un “difetto caratteriale” o una mancanza di volontà.
  • Comprendere il proprio funzionamento cognitivo, migliorando l’autoefficacia e il senso di padronanza delle proprie difficoltà.
  • Favorire l’adesione al trattamento, chiarendo il razionale delle strategie farmacologiche e psicoterapiche proposte.
  • Migliorare la qualità delle relazioni, favorendo una comunicazione più empatica e funzionale tra il paziente e i suoi familiari o colleghi.

7.4 ADHD coaching e training sulle funzioni esecutive: supporto pratico e personalizzato

In affiancamento alla psicoterapia e ai farmaci, negli ultimi anni si è diffusa una nuova figura professionale: l’ADHD coach, specializzato nel supportare gli adulti con ADHD nella gestione quotidiana delle proprie funzioni esecutive.

Il coaching per adulti con ADHD e sintomi persistenti si basa su approcci pratici e orientati agli obiettivi. Le aree di intervento includono:

  • Definizione e monitoraggio di obiettivi realistici, adattati al proprio livello attentivo ed emotivo.
  • Pianificazione della giornata, con tecniche di organizzazione spazio-temporale personalizzate.
  • Uso di strumenti compensativi, come applicazioni, timer, mappe mentali, tabelle visive e reminder digitali.
  • Sviluppo di strategie motivazionali, per contrastare la procrastinazione e potenziare la capacità di portare a termine i compiti.
  • Allenamento della flessibilità cognitiva, per adattarsi ai cambiamenti, tollerare gli imprevisti e gestire la frustrazione.

Il coaching non sostituisce la psicoterapia, ma può rappresentare un importante complemento, soprattutto per i pazienti che, pur avendo già ricevuto diagnosi e trattamento, necessitano di supporto pratico e continuo per migliorare la loro performance quotidiana.

Il trattamento dell’ADHD e dei sintomi in età adulta richiede un intervento integrato e flessibile, capace di rispondere alla complessità di ogni singola persona. Farmaci, psicoterapia cognitivo comportamentale, psicoeducazione e coaching rappresentano i quattro pilastri di un approccio efficace. Solo attraverso la combinazione di strategie farmacologiche e psicosociali è possibile ottenere un miglioramento stabile del funzionamento, favorire la ricostruzione dell’autostima e restituire alla persona con ADHD adulto la possibilità di vivere con maggiore consapevolezza, autonomia e qualità della vita.

8. Un esempio clinico di gestione dell’ADHD e i suoi sintomi in età adulta

Profilo generale e motivo della consultazione

Luca, 38 anni, impiegato in un’agenzia di comunicazione, si rivolge a uno psicologo clinico su indicazione della sua compagna, dopo una serie di conflitti crescenti nella relazione e un periodo di difficoltà lavorative. Il paziente riferisce una “sensazione di caos costante” nella sua vita, accompagnata da procrastinazione cronica, dimenticanze frequenti e una crescente frustrazione personale. Descrive di “non riuscire a portare a termine nulla” e di sentirsi “sempre in ritardo con tutto”. Aggiunge che queste difficoltà si ripetono da anni, ma recentemente sono diventate insostenibili.

Anamnesi e raccolta delle informazioni

Durante la fase anamnestica emerge una storia di rendimento scolastico altalenante, con voti buoni in compiti creativi o orali e pessimi risultati in prove scritte o attività strutturate. Gli insegnanti lo descrivevano come “intelligente ma disorganizzato, sempre con la testa tra le nuvole”.

Nessuna diagnosi formale era mai stata posta durante l’infanzia, e Luca non aveva ricevuto alcun tipo di supporto specifico. In età adolescenziale, sviluppa una forte insicurezza rispetto alle proprie capacità e tende a evitare contesti dove è richiesta pianificazione o concentrazione prolungata.

Sul piano relazionale, riporta di aver avuto difficoltà a mantenere relazioni stabili. Nell’attuale relazione con la compagna, i principali motivi di conflitto riguardano la sua incapacità di gestire gli impegni domestici, l’impulsività verbale e la tendenza a dimenticare appuntamenti o scadenze importanti. Sul lavoro, ha cambiato diverse aziende in pochi anni, spesso per difficoltà nel rispettare scadenze o per rapporti conflittuali con i superiori.

Valutazione clinica e diagnostica

L’intervista clinica e la somministrazione di strumenti specifici – tra cui DIVA 2.0, ASRS v1.1 e una batteria di test neuropsicologici – hanno confermato la presenza di sintomi riconducibili all’ADHD, presentazione combinata, con compromissione clinicamente significativa in più contesti di vita. In particolare, sono emersi deficit nelle funzioni esecutive, nella memoria di lavoro e nella regolazione dell’attenzione sostenuta. Sono stati esclusi disturbi dell’umore primari, sebbene fosse presente una componente ansiosa secondaria al senso di inefficacia personale.

Progetto terapeutico

Luca ha intrapreso un percorso terapeutico multimodale della durata di 12 mesi, composto da:

  • Trattamento farmacologico con lisdexamfetamina, introdotto e monitorato da uno psichiatra. Dopo le prime settimane di adattamento, il paziente ha riportato un miglioramento significativo nella capacità di concentrazione e nella gestione delle attività quotidiane.
  • Terapia cognitivo-comportamentale individuale, focalizzata sulla gestione del tempo, la strutturazione della giornata, la ristrutturazione dei pensieri negativi legati all’autostima e la regolazione delle emozioni. Sono state utilizzate tecniche di problem-solving, agenda visiva e strategie per ridurre la procrastinazione.
  • Psicoeducazione, che ha coinvolto anche la partner, con l’obiettivo di aumentare la comprensione del disturbo, migliorare la comunicazione e ridurre i conflitti.
  • ADHD coaching, introdotto nella seconda fase del trattamento, per supportare l’implementazione quotidiana delle strategie apprese in terapia, soprattutto in ambito lavorativo.

Esiti del trattamento

Dopo un anno di intervento, Luca ha mostrato un miglioramento significativo nel funzionamento globale. Sul piano lavorativo, è riuscito a mantenere lo stesso impiego per oltre 18 mesi consecutivi, ottenendo anche un avanzamento di ruolo grazie a una migliore gestione dei progetti. A livello personale, la relazione con la compagna è diventata più stabile e meno conflittuale. Dal punto di vista emotivo, Luca riferisce una maggiore consapevolezza di sé, un miglioramento dell’autostima e una significativa riduzione dell’ansia.

Il caso di Luca rappresenta un esempio emblematico di come l’ADHD e i sintomi in età adulta possano restare silenti o mal interpretati per anni, generando frustrazione, instabilità e fallimenti ripetuti. Tuttavia, una diagnosi accurata e un intervento terapeutico integrato permettono di riscrivere la propria narrazione di vita, restituendo alla persona fiducia nelle proprie capacità, efficacia personale e benessere relazionale.

9. Conclusione

Riconoscere e diagnosticare l’ADHD in età adulta rappresenta ancora oggi una delle sfide più complesse e delicate in ambito clinico. A differenza del contesto pediatrico, dove l’osservazione comportamentale avviene spesso in ambienti strutturati come la scuola o la famiglia, in età adulta i sintomi dell’ADHD tendono a mimetizzarsi dietro difficoltà quotidiane, scelte di vita altalenanti, disturbi dell’umore o semplicemente una lunga scia di insuccessi e frustrazioni non compresi. Spesso, chi soffre di ADHD e sintomi in età adulta ha attraversato decenni di vita senza una spiegazione chiara per le proprie difficoltà, interiorizzando etichette come “pigro”, “disorganizzato”, “incostante” o “immaturo”, che minano profondamente l’autostima e l’identità personale.

Tuttavia, ricevere una diagnosi accurata di ADHD in età adulta non rappresenta solo un’etichetta clinica, ma può diventare una chiave di lettura trasformativa per rielaborare il proprio vissuto, comprendere il senso di tanti insuccessi passati e aprire nuove possibilità di cambiamento. In questo senso, la diagnosi non va intesa come un punto d’arrivo, ma come un punto di partenza per costruire un percorso terapeutico personalizzato, consapevole e orientato al miglioramento della qualità della vita.

I sintomi dell’ADHD in età adulta – come la disattenzione cronica, l’impulsività decisionale, la difficoltà a pianificare e portare a termine compiti, la disorganizzazione, la bassa tolleranza alla frustrazione o l’instabilità relazionale – possono compromettere seriamente il funzionamento personale, sociale e professionale dell’individuo. Ma, al tempo stesso, rappresentano aree su cui è possibile intervenire in modo efficace, soprattutto se si adotta un approccio terapeutico integrato e multimodale.

Gli studi scientifici più recenti indicano chiaramente che la combinazione tra:

  • Intervento farmacologico mirato, con farmaci stimolanti e non stimolanti in grado di modulare i principali circuiti neurotrasmettitoriali coinvolti (dopamina e noradrenalina);
  • Psicoterapia cognitivo-comportamentale, utile per lavorare sulla consapevolezza del disturbo, sulle strategie di organizzazione, sulla regolazione emotiva e sull’autostima;
  • Psicoeducazione, per migliorare la comprensione di sé e ridurre il senso di colpa spesso associato alla diagnosi tardiva;
  • ADHD coaching e supporto alle funzioni esecutive, per implementare strumenti pratici di gestione della vita quotidiana;

può portare a un miglioramento significativo e duraturo del funzionamento globale dell’adulto con ADHD. Non si tratta di “curare” il disturbo nel senso classico del termine, ma di imparare a conviverci e a gestirlo in modo efficace, valorizzando le proprie risorse e imparando a compensare le aree di fragilità.

Riconoscere l’ADHD e i suoi sintomi nell’adulto significa, in definitiva, restituire dignità clinica e psicologica a tutte quelle persone che, per troppo tempo, hanno vissuto una sofferenza invisibile e non validata. Significa offrire loro una possibilità concreta di riorganizzare la propria vita, di sviluppare una narrazione più compassionevole e realistica di sé e di costruire un futuro fatto non solo di sintomi e difficoltà, ma anche di scelte consapevoli, relazioni stabili e realizzazione personale.

Dott.ssa Carlotta Santoro

Psicologa clinica

Studio Sofisma

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RIFERIMENTI UTILI

https://en.wikipedia.org/wiki/

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