Mio figlio è aggressivo: cosa fare? Il caso di Anna

Mio figlio è aggressivo, piange sempre, quando lo sgrido ride, risponde male, tira gli oggetti: questi sono problemi che alcuni genitori si trovano quotidianamente ad affrontare. Oggi vediamo cosa fare in questi casi analizzando il caso di Anna, una bambina di 5 anni.

Nell’articolo di oggi proseguiremo il percorso informativo sulle tecniche di gestione dei problemi di comportamento del bambino con l’analisi di un intervento di successo.

Parleremo delle procedure utilizzate nel caso di Anna, una bambina di 5 anni.

I genitori di Anna si sono rivolti a noi per un problema legato a comportamenti aggressivi della bambina nei confronti del fratellino di 3 anni, marcata oppositività, continui pianti e capricci della bambina che stava sempre appresso alla mamma in maniera insistente.

MIO FIGLIO È AGGRESSIVO: COSA FARE? ANALISI DEL PROBLEMA DI ANNA

Anna non riusciva mai a stare da sola e ad ogni allontanamento della mamma per le faccende di casa o per badare al fratellino scattavano capricci e pianti per decine di minuti.

Appena la mamma li lasciava nella stanza dei giochi, dopo poco tempo, veniva chiamata in maniera insistente da Anna.

La mamma cercava di ignorarla ma Anna alzava progressivamente il tono generando non poca frustrazione al genitore che tendeva ad arrabbiarsi sempre di più.

Come di consueto, ad un certo punto, il fratellino iniziava a piangere disperato: Anna gli aveva fatto male e la mamma era costretta ad intervenire dando inevitabilmente attenzione a quel comportamento disfunzionale.

Nel tempo, gli spazi della mamma si sono progressivamente azzerati in quanto la bambina gli era sempre appiccicata rendendo estremamente complesso accudire il fratellino, badare alla casa o semplicemente tirare un sospiro di sollievo.

L’accumularsi della tensione da parte dei genitori e la tendenza al peggioramento dei comportamenti della bambina hanno motivato la richiesta di supporto al nostro servizio per le abilità genitoriali.

MIO FIGLIO È AGGRESSIVO: COSA FARE? LA FASE DI VALUTAZIONE

Dopo il primo colloquio in studio con i genitori, in cui sono state raccolte le informazioni preliminari della richiesta di supporto tramite il colloquio clinico, è stata svolta un’osservazione strutturata della bambina a domicilio.

L’osservazione nel contesto naturale aveva lo scopo di analizzare in dettaglio e nella maniera più precisa e oggettiva possibile i seguenti elementi:

  • comportamenti problematici (come il bambino gioca, come ricerca attenzione, come interagisce con nuove persone, come fa delle richieste, come reagisce ai no, …);
  • caratteristiche del bambino (livello di attenzione nel gioco, capacità verbali e relazionali, gioco imitativo e rappresentativo, contatto oculare, abilità motorie grossolane e fini, …)
  • gli spazi di casa (disposizione dei giochi, caratteristiche delle varie stanze, quantità di stimoli per il bambino, …);
  • l’interazione con la mamma (ricerca della mamma da parte del bambino, atteggiamento della mamma, attaccamento, caratteristiche dell’interazione verbale genitore-bambino, …).

Verificata l’assenza di altre problematiche non prese in considerazione dai genitori nella richiesta di supporto e dopo la rilevazione dei comportamenti problema con apposite griglie, si sono avviati i colloqui di potenziamento delle abilità genitoriali.

Mio figlio è aggressivo cosa fare

MIO FIGLIO È AGGRESSIVO: COSA FARE? FASE DI INTERVENTO

Nel primo colloquio con i genitori sono stati spiegati i principi di apprendimento e condizionamento alla base del comportamento del bambino e delle tecniche di gestione delle contingenze che sarebbero state utilizzate.

Sono stati inoltre forniti dei sintetici materiali di approfondimento da leggere per favorire la comprensione delle strategie da utilizzare e la loro corretta applicazione.

Nel secondo colloquio è stata impostata una procedura di Time Out per intervenire sui comportamenti aggressivi della bambina ed è stato insegnato alla mamma come applicare la strategia dell’ignorare selettivo per i capricci e le ricerche di attenzione disfunzionali messe in atto dalla bambina.

In questo contesto, il termine Time Out indica sospensione, per il bambino, di ogni attenzione, gratificazione o soddisfazione.

Consiste nell’allontanare il bambino dalla situazione in cui si verifica il comportamento indesiderabile, collocandolo in un luogo tranquillo, privo di qualsiasi interesse o stimolazione.

Come metodo di disciplina il time-out si propone due obiettivi:

  • il primo e più immediato consiste nel cercare di interrompere quanto prima possibile il comportamento problema;
  • il secondo obiettivo, più a lungo termine, è quello di aiutare il bambino a raggiungere una certa capacità di autodisciplina.

Di solito il bambino si sente irritato e ostile quando viene inviato in time-out, ma tali sentimenti svaniscono abbastanza rapidamente dopo il termine della procedura.

Se il bambino viene messo sistematicamente in time-out quando manifesta determinati comportamenti sarà sempre più motivato a ridurre tali reazioni e ad escogitare altre e più desiderabili modalità di comportamento.

Se questi nuovi modi di agire verranno adeguatamente ricompensati e incoraggiati, sarà sempre più probabile che in futuro tendano a consolidarsi in alternativa ai comportamenti indesiderabili.

In estrema sintesi, il Time Out agisce sulle conseguenze ambientali secondo i principi del condizionamento come abbiamo visto nel precedente articolo: utilizza la noia e l’assenza di stimoli come conseguenza negativa al comportamento problematico da estinguere.

MIO FIGLIO È AGGRESSIVO: COSA FARE? L’IMPATTO EMOTIVO SUL GENITORE

Al successivo colloquio sono state analizzate le difficoltà della mamma nell’applicare correttamente le procedure mantenendone i criteri di contingenza e sistematicità.

Uno dei principali ostacoli alla corretta applicazione delle strategie da parte della madre erano un forte senso di colpa e di fallimento legati all’incapacità di gestire la bambina in maniera corretta.

Su tale disagio emotivo si è intervenuto con dei diari dei pensieri disfunzionali e con l’applicazione di autoistruzioni per fronteggiare i pensieri negativi: una strategia di intervento tipica della psicoterapia cognitivo-comportamentale.

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MIO FIGLIO È AGGRESSIVO: COSA FARE? L’IMPORTANZA DELLA ROUTINE QUOTIDIANA STRUTTURATA

In parallelo si è strutturata una routine quotidiana che comprendesse un momento di gioco e tempo esclusivo della mamma con la bambina.

Lo scopo era favorire l’efficacia dell’ignorare selettivo dei capricci negli altri momenti della giornata e che vi fosse un momento di interazione costruttiva tra mamma e bambina che permettesse di migliorarne il rapporto.

Impostando la routine quotidiana si sono anche modificati gli orari di sonno notturno e pomeridiano della bambina aggiustandoli gradualmente.

Il rischio era che i ritmi del sonno non regolari contribuissero ad elevare il livello di irritabilità della bambina di giorno compromettendo gli esiti dell’intervento sui comportamenti problematici.

MIO FIGLIO È AGGRESSIVO: COSA FARE? I RISULTATI DELL’INTERVENTO EDUCATIVO DI ANNA

I comportamenti aggressivi e conseguenti applicazioni del Time Out erano inizialmente 10 al giorno in media e si sono gradualmente ridotti man mano che i genitori capivano come applicare la procedura in maniera metodologicamente corretta.

A 3 settimane dal momento in cui sono state applicate le procedure i comportamenti aggressivi si sono pressoché azzerati e la bambina aveva iniziato a giocare da sola nella stanza dei giochi senza cercare di continuo la mamma.

La tensione in casa si era significativamente ridotta e il rapporto madre bambina era migliorato per l’assenza di continui contrasti e per l’interazione costruttiva nei momenti di gioco esclusivo inseriti nella strutturazione della giornata.

Gli ultimi 4 colloqui dei 10 totali sono stati utilizzati per implementare le seguenti procedure di intervento per gli obiettivi concordati durante i colloqui di intervento intermedi:

  • insegnare ai genitori delle attività strutturate per favorire lo sviluppo del linguaggio della bambina che era leggermente in ritardo;
  • dare indicazioni su come farla dormire da sola nella sua camera;
  • svolgere un Toilet Training per eliminare l’utilizzo del pannolino la notte.

Di lì in avanti le conoscenze acquisite dai genitori faranno sempre parte del loro bagaglio di abilità genitoriali dando una valenza a questo intervento di vero e proprio investimento sul futuro.

Nei prossimi video e articoli approfondiremo alcune di queste strategie, segui la nostra pagina per non perderli.

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Dott. Alberto Cocco

PSICOLOGO CLINICO